Mario Rigoni Stern: Prefazione

A mano a mano che ci allontaniamo dal tempo, la Grande Guerra prende precisa collocazione nella storia; anche gli avvenimenti acquistano il loro giusto valore, così da dare all’insieme quell’importanza che prima era fuorviata da una interpretazione parziale e interessata. Questa diversa misura nel giudicare la dobbiamo agli storici delle ultime generazioni che mettendo da parte retorica nazionalista e condizionamenti, ideologie e personalismi, esaminano con rigore documenti e testimonianze tralasciate o nascoste dai predecessori durante il ventennio fascista.
Insomma con i memoriali dei “semplici”, l’apertura degli archivi finora poco accessibili, l’interesse rivolto anche agli archivi stranieri, la collaborazione con storici di altri Paesi, convegni e, non ultima causa, la scomparsa di generali e ministri che allora avevano potere e alte responsabilità, i nostri storici con i loro valori ci stanno dando della Grande Guerra un panorama ampio e particolareggiato che prima non avevamo.
Con i loro studi compaiono altri giudizi, altri aspetti poco conosciuti o che erano stati velati, tanto che l’appassionato lettore può riordinare idee e opinioni, fare altre considerazioni. In questo contesto di apertura, la Grande Guerra ci appare in tutta la sua importanza, con tutto l’immenso peso che ebbe per i popoli d’Europa e per tutta l’umanità, e anche per farci capire perché sui campi di quelle battaglie venne sparso il seme per la Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1916 gli abitanti dell’Altipiano dei Sette Comuni sopportarono un grande sacrificio che segnò per sempre la loro vita: fece scomparire le memorie del passato, una lingua, un’architettura, un modo di vivere, incidendo sul dopo che prese tutt’altro aspetto.
Noi, nati ai tempi della ricostruzione, dai racconti sentiti dalle madri e dai nonni, dai padri reduci dai vari fronti, avevamo idee e immagini molto particolari ed erano importanti quella casa ai piedi delle montagne dove le nostre famiglie avevano trovato rifugio o questa casa che si stava ricostruendo sulle macerie, quel sasso sul Kukla, quella trincea sul Bainsizza, quella base sull’Ortigara, il gas del Valbella. Per noi il 1915 era il primo colpo di cannone sparato sull’albeggiare il 24 maggio e gli alpini del Bassano che scendevano in Val di Sella a fare tiri birboni agli Austriaci; il 1916 era la fuga della nostra famiglia sotto le bombe che scoppiavano sulle case; il 1917 compaesani morti sull’Ortigara, dove poi andavano i recuperanti a far diventare pane i residuati; il 1918 erano le trincee dell’Ekar dove gli sterri crescevano tante grosse e saporitissime fragole. Erano importanti pure le trincee della Fratta e del Kaberlaba dove trovavamo cartucce inglesi e il bosco dei Meltar dove c’erano quelle francesi che, nei nostri giochi, valevano di più di quelle italiane e austriache.
A scuola, i nostri maestri ci insegnavano a cantare la leggenda della madre dell’alpino: Lassù in una casetta d’Italia sul confin / viveva una vecchietta la madre di un alpin / … e ci facevano imparare a memoria una lunga poesia che raccontava dello spirito del papa Sarto che sul Grappa diceva ai soldati: Salvé l’Italia, putei tegni duro. Viva l’Italia / E in ciel ritornò.
In un certo senso eravamo dentro la storia e non lo sapevamo.
Trascorsi appena vent’anni, fummo anche noi coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. Ora dopo aver letto e giudicato con altro spirito quell’orrore, quell’insieme di emismi e misfatti, di speranze e di delusioni e di errori della Prima, vediamo la storia con occhio più limpido e staccato come se i fumi delle battaglie si fossero dilavati. Quanti libri, quanti documenti e fotografie, films, lapidi, croci, monumenti. Ma anche non croci, non tombe per dirci della Grande Guerra!
Le memorie sono nei segni dei nostri monti che in tanti vengono a vedere ma che non tutti sanno leggere. Per me le memorie dei nostri paesi dell’Altipiano sono sotto l’asfalto delle delle strade, tra le radici degli alberi dei nostri boschi, sono le pietre frantumate.
Ecco, per chi ancora non sa o fatica a percepire ci sono le ricerche degli storici; quindi ben venga questo libro che raccoglie le relazioni del convegno di Asiago, tenuto nel settembre dello scorso anno, per ricordare quanto avvenne in quella primavera del 1916, per analizzare la battaglia forse più grande combattuta in montagna sui fronti della prima Guerra Mondiale. Ne è venuto un libro che almeno nelle nostre case non dovrebbe mancare, specialmente in questi tempi quando tutto tende a far dimenticare.

Asiago, ferragosto 2003

Mario Rigoni Stern

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