22 giugno 1941: ha inizio l’Operazione Barbarossa

La decisione di Hitler di rompere il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop e di scatenare un attacco ad Est ha origini profonde. Già nel luglio dell’anno prima, il führer aveva manifestato la propria volontà di aprire un secondo fronte a Oriente. L’aggressione alla Russia nasceva in primo luogo dalle convinzioni ideologiche del dittatore tedesco, cui si accompagnavano complesse motivazioni strategiche, politiche ed economiche, delle quali alcune vennero utilizzate tatticamente per convincere i vertici dell’esercito ad accettare la decisione:

  1. sconfiggere l’ultima potenza terrestre europea rimasta per poi riversare l’intera potenza della Wehrmacht contro l’Inghilterra;
  2. sconfiggere l’Urss nel 1941, prima dell’intervento americano (previsto nel 1942);
  3. organizzare un’area autosufficiente dal punto di vista economico (grazie alle enormi riserve di materie prime del sub-continente sovietico) per attrezzarsi a condurre una lunga guerra transcontinentale;
  4. creare un collegamento diretto con l’alleato giapponese;
  5. proteggere la Germania dal prevedibile attacco della potenza sovietica.

Pianificazione strategica e operativa iniziarono pressoché contemporaneamente. Vennero redatti due piani:

  • OKH, il cosiddetto “piano Marks” che poneva particolare enfasi all’obiettivo Mosca;
  • OKW, ovvero i contributi del generale Lossberg, con il progetto di un attacco principale sulle due ali.

La decisione definitiva, pesantemente condizionata dal pensiero strategico di Hitler, venne sancita dalla Direttiva n. 21 del 18 dicembre 1940 (Fall Barbarossa, originariamente denominata “Piano Otto”). L’attacco sarebbe stato effettuato contemporaneamente su tutto il fronte e il primo obiettivo sarebbe stato la linea Dvina-Dnepr. Mosca sarebbe stata attaccata solo dopo la conquista di Leningrado e dell’Ucraina. La vittoria era attesa entro quindici settimane.

Il piano d’attacco dell’Operazione Barbarossa

Contemporaneamente alla pianificazione e organizzazione di questa gigantesca campagna, Hitler si impegnò per molti mesi in una intensa campagna diplomatica, i cui momenti salienti sono:

  • il 27 settembre 1940, a Berlino, la firma del Patto Tripartito fra Germania, Giappone e Italia. Questo patto era diretto a limitare la potenziale aggressività americana in Europa con la minaccia giapponese, ma era implicitamente pericoloso anche per la stessa Urss;
  • la visita del ministro degli Esteri sovietico Molotov a Berlino. Nonostante i tentativi di Hitler di dirottare le mire russe verso l’India o la Persia, i suoi tentativi fallirono di fronte alla concretezza eurocentrica dell’emissario di Stalin.

In seguito alla visita di Molotov, Hitler si convinse dell’impossibilità di ottenere un nuovo accordo meramente tattico con Stalin e, in considerazione del poco tempo rimasto a sua disposizione, prese la decisione.

La situazione sovietica stava diventando sempre più difficile: proseguiva il rafforzamento tedesco all’Est, i piccoli Stati confinanti con l’Urss si alleavano con la Germania, il Giappone stava diventando minaccioso in Estremo Oriente e i rapporti con Stati Uniti e Inghilterra erano difficili, nonostante i tentativi di riavvicinamento compiuti dall’ambasciatore britannico Stafford Cripps, che, invece, avevano sortito l’effetto opposto di stimolare la sospettosità staliniana. L’Urss era impegnata in una frenetica corsa contro il tempo per ricostruire e riorganizzare le proprie forze militari, ammodernando al contempo armamento e tattiche.

Stalin, prevedendo lo scoppio della guerra nel 1942, riteneva di riuscire a completare i preparativi e di poter continuare a trattenere Hitler mediante concessioni economiche e diplomatiche. Stalin, sopravvalutando la prudenza e l’accortezza strategica di Hitler, riteneva insensato un attacco tedesco a Est mentre l’Inghilterra ancora era in grado di combattere a Ovest.

Contemporaneamente, anche i sovietici si muovevano in ambito diplomatico e Stalin ottenne un grande successo con la firma, il 13 aprile 1941, del Patto sovietico-giapponese di non aggressione. Questo accordo, di durata quinquennale, garantì che l’Urss non sarebbe stata esposta a un attacco alle spalle nel caso di un attacco della Germania. A sua volta il Giappone, che era stato informato male dai tedeschi sui loro propositi offensivi a Est (questa opera di disinformazione era stata voluta da Hitler, che intendeva agire contro la Russia da solo), intendeva garantirsi, con questo patto, la piena libertà d’azione in caso di avanzata offensiva nel Sud-Est asiatico contro le potenze anglosassoni.

Il 22 giugno, la Germania rompeva il patto di non aggressione del 1939 e scatenava la gigantesca Operazione Barbarossa. Hitler mirava a distruggere rapidamente l’Unione Sovietica e, nei suoi piani, la schiacciante potenza della Wehrmacht avrebbe dilagato ad Est occupando gli enormi spazi delle pianure russe.

Stalin venne colto di sorpresa, nonostante diversi avvertimenti diplomatici e di intelligence ricevuti. Fino all’ultimo aveva interpretato i segnali di un attacco tedesco come semplici pressioni intimidatorie di Hitler, volte a costringerlo a trattare da una posizione di debolezza. In conseguenza di questa sottovalutazione, le forze sovietiche in prima linea non vennero tempestivamente allertate e, prive di ordini precisi, vennero colte di sorpresa dalle soverchianti forze nemiche.

Oltre tre milioni di soldati tedeschi parteciparono all’attacco appoggiati da contingenti degli Stati europei alleati della Germania – Romania, Ungheria, Slovacchia, Finlandia e Italia con lo CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) – e da corpi di volontari reclutati in altri Stati – Olanda, Francia, Scandinavia e Spagna.

Fin dall’inizio, la situazione sovietica si rivelò drammatica. I potenti cunei corazzati tedeschi avanzarono subito in profondità, seguendo la tattica già sperimentata su altri fronti, e progredirono per decine di chilometri nelle retrovie dell’Armata Rossa, rimasta attestata sulle linee di confine. Subito vennero conquistati ponti sui fiumi più importanti (Dvina, Niemen e Buh occidentale) e altri punti strategici. Nelle retrovie e nella catena di comando sovietica regnava il caos, le comunicazioni erano interrotte e le incursioni aeree devastavano depositi e centri di comando.

A Mosca, né Stalin né lo Stavka (comandante in capo delle Forze Armate) percepirono subito la portata della catastrofe che si stava profilando. Mentre l’Armata Rossa si batteva accanitamente ma disordinatamente, le forze corazzate tedesche manovravano per chiudere il nemico in grandi sacche. Le ingenti riserve corazzate sovietiche presenti nelle retrovie del fronte vennero mandate allo sbaraglio contro le molto più esperte Panzer-Divisionen. Ovunque si scatenarono numerose battaglie d’incontro nelle quali i carri armati russi, impegnati allo scoperto e confusamente, subirono perdite spaventose, attaccati anche dal cielo in quanto la Luftwaffe, con un riuscito attacco agli aeroporti russi, aveva ottenuto il dominio del cielo.

A Sud, le forze armate sovietiche si batterono meglio e misero in difficoltà i panzer del cuneo corazzato tedesco. Ma anche in questo caso, la superiorità tedesca si impose e i carri armati nazisti, dopo aver inflitto gravi perdite al nemico, riuscirono ad avanzare.

Ai primi di luglio, le riserve corazzate, malamente impiegate dal comando sovietico, erano state quasi completamente distrutte. I panzer tedeschi poterono quindi proseguire l’avanzata verso gli Stati baltici, avvicinandosi a Leningrado, e avanzare verso Žitomir e Kiev, chiudere la sacca di Uman e accerchiare tre armate sovietiche nella gigantesca trappola di Minsk-Biatlystok il 28 giugno.

Il 3 luglio, Stalin, in un celebre discorso radiofonico delineava realisticamente le difficoltà della situazione e l’entità della minaccia che gravava sull’Urss e sui suoi popoli:

Compagni, cittadini, fratelli e sorelle, combattenti del nostro esercito e della nostra flotta!
Mi rivolgo a voi, amici miei!
La perfida aggressione militare della Germania hitleriana contro la nostra Patria, iniziata il 22 giugno, continua. Nonostante l’eroica resistenza dell’Esercito rosso, nonostante che le migliori divisioni del nemico e le migliori formazioni della sua aviazione siano già sconfitte ed abbiano trovato la loro tomba sui campi di battaglia, il nemico continua a spingersi innanzi gettando nuove forze sul fronte. Le truppe hitleriane sono riuscite ad occupare la Lituania, una notevole parte della Lettonia, la parte occidentale della Bielorussia, una parte dell’Ucraina occidentale. L’aviazione fascista allarga la sfera d’azione dei suoi bombardieri e bombarda Murmansk, Orscia, Moghiliov, Smolensk, Kiev, Odessa, Sebastopoli. Sulla nostra Patria pesa un grave pericolo.
Come è potuto accadere che il nostro glorioso Esercito rosso cedesse alle truppe fasciste una serie di nostre città e di circondari? È mai possibile che le truppe fasciste tedesche siano veramente invincibili come instancabilmente strombazzano i propagandisti fascisti fanfaroni?
Certamente no! La storia insegna che non vi sono e non vi sono stati eserciti invincibili. L’esercito di Napoleone era considerato invincibile, ma fu sconfitto successivamente dalle truppe russe, inglesi, tedesche. L’esercito tedesco di Guglielmo era pure considerato, durante la prima guerra imperialistica, un esercito invincibile, ma fu più volte sconfitto dalle truppe russe e anglo-francesi e infine venne disfatto dalle truppe anglo-francesi. Lo stesso bisogna dire dell’attuale esercito fascista tedesco di Hitler. Questo esercito non ha ancora incontrato una seria resistenza sul continente dell’Europa. Una seria resistenza l’ha incontrata soltanto sul nostro territorio. E se, in seguito a questa resistenza, le migliori divisioni dell’esercito fascista tedesco sono state disfatte dal nostro Esercito rosso, ciò vuol dire che anche l’esercito fascista hitleriano può esser sconfitto
e sarà sconfitto come lo furono gli eserciti di Napoleone e di Guglielmo.
Che una parte del nostro territorio sia stata tuttavia occupata dalle truppe fasciste tedesche, si spiega soprattutto con il fatto che la guerra della Germania fascista contro l’U.R.S.S. è cominciata in condizioni vantaggiose per le truppe tedesche e svantaggiose per le truppe sovietiche. Infatti, le truppe della Germania, paese che conduce la guerra, erano già completamente mobilitate e le 170 divisioni gettate dalla Germania contro l’U.R.S.S. e spostate verso le frontiere dell’U.R.S.S. erano completamente pronte, aspettavano solo il segnale dell’offensiva, mentre le truppe sovietiche dovevano ancora essere mobilitate e inviate alle frontiere. Non poca importanza ha avuto qui anche la circostanza che la Germania fascista ha violato improvvisamente e perfidamente il patto di non aggressione concluso nel 1939 con l’Unione Sovietica, senza tener conto che tutto il mondo l’avrebbe considerata parte attaccante. È chiaro che il nostro paese, amante della pace, non volendo assumersi l’iniziativa di violare il patto, non poteva mettersi sulla via della perfidia.
Ci si può domandare: come è potuto avvenire che il Governo sovietico ha acconsentito alla conclusione di un patto di non aggressione con uomini così perfidi, con dei mostri come Hitler e Ribbentrop? Il Governo sovietico non ha commesso in questo caso un errore? Certamente no! Un patto di non aggressione è un patto di pace tra due Stati. È precisamente un patto del genere che la Germania ci propose nel 1939. Poteva il Governo sovietico respingere una tale proposta? Penso che nessuno Stato pacifico possa respingere un accordo di pace con una potenza vicina, anche se a capo di questa potenza vi siano dei mostri e dei cannibali come Hitler e Ribbentrop. E ciò, naturalmente, alla condizione assoluta che l’accordo di pace non menomi né direttamente, né indirettamente l’integrità territoriale, l’indipendenza e l’onore dello Stato pacifico. Come è noto il patto di non aggressione tra la Germania e l’U.R.S.S. è precisamente un patto di questo genere.
Cosa abbiamo guadagnato noi concludendo con la Germania un patto di non aggressione? Abbiamo assicurato al nostro paese la pace durante un anno e mezzo e la possibilità di preparare le nostre forze a far fronte alla Germania fascista qualora essa si fosse rischiata, malgrado il patto, ad aggredire il nostro paese. Ciò costituisce un netto guadagno per noi e una perdita per la Germania fascista.
Che cosa ha guadagnato e che cosa ha perso la Germania fascista stracciando perfidamente il patto e aggredendo l’U.R.S.S.? Essa ha ottenuto con ciò una certa situazione di vantaggio per le sue truppe nel corso di un breve periodo, ma ha perso politicamente, smascherandosi agli occhi di tutto il mondo come un aggressore sanguinario. Non vi può essere dubbio che questo breve vantaggio militare per la Germania è soltanto un episodio, mentre l’immenso guadagno politico per l’U.R.S.S. costituisce un fattore serio e duraturo, sulla base del quale debbono svilupparsi successi militari decisivi dell’Esercito rosso nella guerra contro la Germania fascista.
Ecco perché tutto il nostro valoroso esercito, tutta la nostra valorosa marina militare, tutti i nostri intrepidi aviatori, tutti i popoli del nostro paese, tutti i migliori uomini dell’Europa, dell’America e dell’Asia, infine tutti i migliori uomini della Germania, bollano d’ignominia le perfide azioni dei fascisti tedeschi e nutrono simpatia per il Governo sovietico, approvano l’atteggiamento del Governo sovietico e vedono che la nostra causa è giusta, che il nemico sarà sconfitto, che noi dobbiamo vincere.
In seguito alla guerra impostaci, il nostro paese è entrato in una lotta mortale contro il suo acerrimo e perfido nemico, il fascismo tedesco. Le nostre truppe combattono eroicamente contro un nemico armato fino ai denti di carri armati e d’aviazione. L’Esercito rosso e la Marina rossa, superando numerose difficoltà, lottano con abnegazione per ogni palmo di terra sovietica. Entra nella battaglia il grosso dell’Esercito rosso, armato di migliaia di carri armati e di aeroplani. Il valore dei combattenti dell’Esercito rosso non ha precedenti. La nostra resistenza al nemico si rafforza ed aumenta. Insieme all’Esercito rosso sorge in difesa della Patria tutto il popolo sovietico.
Cosa occorre per eliminare il pericolo che pende sulla nostra Patria e quali misure devono esser prese per schiacciare il nemico?
Occorre, innanzi a tutto, che i nostri uomini, gli uomini sovietici, comprendano tutta la gravità del pericolo che minaccia il nostro paese e pongano fine alla faciloneria, alla noncuranza, allo stato d’animo proprio del periodo dell’edificazione pacifica, completamente comprensibili prima della guerra, ma funesti nel momento attuale in cui la guerra ha radicalmente cambiato la situazione. Il nemico è feroce e implacabile. Esso si pone lo scopo di conquistare le nostre terre bagnate dal nostro sudore, di impossessarsi del nostro grano e del nostro petrolio, frutti del nostro lavoro. Esso si pone lo scopo di restaurare il potere dei proprietari terrieri, di restaurare lo zarismo, di distruggere la cultura nazionale e l’organizzazione statale nazionale dei russi, degli ucraini, dei bielorussi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, degli usbechi, dei tartari, dei moldavi, dei georgiani, degli armeni, degli azerbaigiani e degli altri liberi popoli dell’Unione Sovietica, di germanizzarli, di renderli schiavi dei prìncipi e dei baroni tedeschi. Si tratta, dunque, della vita o della morte dello Stato sovietico, della vita o della morte dei popoli dell’U.R.S.S., si tratta, per i popoli dell’Unione Sovietica di essere liberi, o di cadere nella servitù. Bisogna che gli uomini sovietici comprendano ciò e cessino di essere spensierati, mobilitino sé stessi e riorganizzino tutto il loro lavoro in modo nuovo, su piede di guerra, senza mercé per il nemico.
Occorre, inoltre, che nelle nostre file non vi sia posto per i piagnucoloni ed i codardi, per gli allarmisti e i disertori, che i nostri uomini non conoscano la paura nella lotta e vadano con abnegazione alla nostra guerra liberatrice per la difesa della Patria, contro gli schiavisti fascisti. Il grande Lenin, che ha creato il nostro Stato, diceva che la qualità fondamentale degli uomini sovietici deve essere il coraggio, l’ardimento, l’intrepidezza nella lotta, la decisione di combattere insieme al popolo contro i nemici della nostra Patria. Occorre che questa mirabile qualità del bolscevico diventi patrimonio dei milioni e milioni di uomini dell’Esercito rosso, della nostra Marina rossa e di tutti i popoli dell’Unione Sovietica.
Dobbiamo riorganizzare immediatamente tutto il nostro lavoro su piede di guerra, subordinando tutto agli interessi del fronte e al compito di organizzare la disfatta del nemico. I popoli dell’Unione Sovietica vedono ora che il fascismo tedesco è indomabile nella sua rabbia furibonda e nell’odio per la nostra Patria, che ha assicurato a tutti i lavoratori il lavoro libero e il benessere. I popoli dell’Unione Sovietica devono levarsi in piedi contro il nemico, a difesa dei loro diritti e della loro terra.
L’Esercito rosso, la Marina rossa e tutti i cittadini dell’Unione Sovietica debbono difendere ogni palmo della terra sovietica, battersi fino all’ultima goccia di sangue per le nostre città e i nostri villaggi, manifestare l’ardimento, l’iniziativa e la perspicacia propri al nostro popolo.
Dobbiamo organizzare il massimo aiuto all’Esercito rosso, assicurare un intenso completamento delle sue file, assicurargli il rifornimento di tutto il necessario, organizzare rapidi trasporti delle truppe e dei materiali bellici, dare un largo aiuto ai feriti.
Dobbiamo rafforzare le retrovie dell’Esercito rosso, subordinando a questo interesse tutto il nostro lavoro; assicurare un intenso lavoro di tutte le officine, produrre più fucili, mitragliatrici, cannoni, cartucce, proiettili, aeroplani; organizzare la protezione delle officine, delle centrali elettriche, delle comunicazioni telefoniche e telegrafiche; organizzare la difesa antiaerea locale.
Dobbiamo organizzare una lotta implacabile contro ogni specie di disorganizzatori delle retrovie, disertori, allarmisti, propalatori di voci, annientare le spie, gli agenti di diversione, i paracadutisti nemici, concorrendo in tutto ciò rapidamente all’azione dei nostri battaglioni da caccia. Dobbiamo tener presente, che il nemico è perfido, scaltro, sperimentato nell’inganno, nella diffusione di voci false. Bisogna tener conto di tutto questo e non abboccare alla provocazione. Bisogna immediatamente deferire al Tribunale militare senza riguardo per nessuno, tutti quelli che, diffondendo il panico e dando prova di codardia, ostacolano la difesa.
Durante la ritirata forzata delle unità dell’Esercito rosso, bisogna far partire tutto il materiale rotabile ferroviario, non lasciare al nemico né una locomotiva, né un vagone, non lasciare al nemico né un chilo di pane, né un litro di carburante. I colcosiani debbono portar via tutto il bestiame, dare il grano in custodia agli organi statali per trasportarlo nelle retrovie. Tutti i beni di valore, compresi i metalli non ferrosi, il grano ed i carburanti, che non possono esser evacuati, devono essere assolutamente distrutti.
Nelle zone occupate dal nemico bisogna formare reparti di partigiani, a cavallo e a piedi, creare gruppi di distruttori per lottare contro le unità dell’esercito nemico, per scatenare la guerra partigiana ovunque e dappertutto, per far saltare i ponti, le strade, per danneggiare le comunicazioni telefoniche e telegrafiche, per incendiare i boschi, i magazzini, i carriaggi. Nelle zone occupate, creare condizioni insopportabili per il nemico e per tutti i suoi complici, perseguirli e annientarli dovunque, far fallire ogni loro decisione.
La guerra contro la Germania fascista non può essere considerata una guerra ordinaria. Essa non è soltanto una guerra fra due eserciti. E’ nello stesso tempo una grande guerra di tutto il popolo sovietico contro le truppe fasciste tedesche. Lo scopo di questa guerra di tutto il popolo per la difesa della Patria, contro gli oppressori fascisti non è soltanto di eliminare il pericolo che sovrasta la nostra terra, ma anche di aiutare tutti i popoli dell’Europa, che gemono sotto il giogo del fascismo tedesco. In questa grande guerra di liberazione noi non saremo soli. In questa grande guerra avremo alleati fedeli i popoli dell’Europa e dell’America, compreso il popolo tedesco asservito dai caporioni hitleriani. La nostra guerra per la libertà della nostra Patria si fonderà con la lotta dei popoli dell’Europa e dell’America per la loro indipendenza, per le libertà democratiche. Sarà questo un fronte unico dei popoli che sono per la libertà, contro l’asservimento e la minaccia d’asservimento da parte degli eserciti fascisti di Hitler. A questo proposito, lo storico discorso del signor Churchill, primo ministro della Gran Bretagna, sull’aiuto all’Unione Sovietica e la dichiarazione del governo degli Stati Uniti d’America di essere pronto a prestare aiuto al nostro paese, discorso e dichiarazione i quali non possono che suscitare un sentimento di riconoscenza nei cuori dei popoli dell’Unione Sovietica, sono del tutto comprensibili e significativi.
Compagni! Le nostre forze sono inesauribili. Il tracotante nemico dovrà ben presto convincersene. Insieme all’Esercito rosso si levano alla guerra contro il nemico aggressore molte migliaia di operai, colcosiani, intellettuali. Si leveranno le masse di milioni di uomini del nostro popolo. I lavoratori di Mosca e di Leningrado hanno già iniziato la formazione di una milizia popolare di molte migliaia di uomini a sostegno dell’Esercito rosso. In ogni città minacciata dal pericolo di essere invasa dal nemico, dobbiamo creare una simile milizia popolare, sollevare alla lotta tutti i lavoratori per difendere col proprio petto, nella nostra guerra per la difesa della Patria contro il fascismo tedesco, la propria libertà, il proprio onore, la propria patria.
Allo scopo di mobilitare rapidamente tutte le forze dei popoli dell’U.R.S.S. per far fronte al nemico che ha aggredito perfidamente la nostra Patria, è stato creato il Comitato di Difesa dello Stato, che concentra ora nelle sue mani tutti i poteri statali. Il Comitato di Difesa dello Stato ha iniziato la sua attività e chiama tutto il popolo ad unirsi attorno al partito di Lenin-Stalin, attorno al Governo sovietico per appoggiare con abnegazione l’Esercito rosso e la Marina rossa, per la disfatta del -nemico, per la vittoria.
Tutte le nostre forze per sostenere il nostro eroico Esercito rosso, la nostra gloriosa Marina rossa!
Tutte le forze del popolo per schiacciare il nemico! Avanti, per la nostra vittoria!

L’intervento di Stalin, accompagnato da misure draconiane, servì a rafforzare la disciplina, mobilitare tutte le risorse e organizzare nuove armate per ricostruire un fronte difensivo. Alla metà di luglio, infatti, lo schieramento iniziale dell’Armata Rossa era stato praticamente distrutto dall’attacco tedesco. Nel frattempo, i tedeschi, dopo aver rastrellato la sacca di Minsk, procedevano rapidamente lungo la strada per Mosca. A Smolensk venne accerchiato anche il secondo scaglione sovietico, frettolosamente organizzato. Si scatenò una furiosa battaglia e, anche se al costo di gravi perdite, i sovietici riuscirono a rallentare e contenere la progressione tedesca diretta verso Mosca.

Nel frattempo, i tedeschi avevano conquistato gli Stati baltici e marciavano su Leningrado. Ad aggravare ulteriormente la situazione della ex-capitale si aggiunse l’intervento finlandese da Nord. Agli inizi di agosto, la precaria linea difensiva di Luga venne superata. Con una manovra aggirante, le colonne tedesche raggiunsero il Lago Ladoga a Schlissenburg (8 settembre), mentre i finlandesi avevano riconquistato parte della Carelia. Leningrado era totalmente isolata e iniziava la tragedia di questa grande città, decisa a non arrendersi, nonostante la sua popolazione venisse decimata da fame e bombardamenti. Durante l’inverno soltanto la precaria via della vita avrebbe permesso la precaria sopravvivenza dei resti della popolazione.

A Sud, dove i tedeschi erano rafforzati dai contingenti rumeno e italiano, la resistenza sovietica era più solida, in difesa della città di Kiev e del Dnepr. Essendo, inoltre, le forze tedesche più deboli, l’avanzata venne rallentata.

Alla fine di luglio, nel corso degli incontri con l’inviato di Roosevelt Harry Hopkins, Stalin fece mostra di un certo ottimismo ed espresse la propria convinzione di fermare la guerra lampo tedesca. Pur non del tutto privo di ragioni, l’ottimismo staliniano era forse prematuro; i tedeschi, erano ancora molto potenti, nonostante le dure perdite ed erano in grado di proseguire la loro avanzata verso il cuore della Russia.

In questa fase della campagna, inoltre, sorsero contrasti nell’Alto Comando tedesco fra Hitler, che continuava ad essere ostile a seguire il miraggio di Mosca e quindi a proseguire direttamente verso la capitale, e alcuni generali determinati invece a marciare subito su Mosca sperando anche negli effetti psicologici derivanti dalla eventuale conquista della città. Hitler impose la sua decisione; preoccupato dalle difficoltà riscontrate nel settore meridionale, architettò una nuova gigantesca manovra accerchiante con l’afflusso verso Sud di una parte delle forze corazzate del raggruppamento centrale. La manovra avrebbe dato origine alla micidiale “sacca di Kiev”, in cui l’intero concentramento di forze sovietiche del settore meridionale venne accerchiato e distrutto, con la perdita di oltre 600.000 uomini il 24 settembre 1941. Questa catastrofe, in parte determinata anche da alcune errate valutazioni di Stalin, sembrò confermare la correttezza delle valutazioni di Hitler e alla fine di settembre la situazione sembrava decisa a favore dei tedeschi.

Leningrado era stretta nel mortale assedio tedesco-finlandese; le difese di Mosca, imperniate sulle precarie linee fortificate a Est di Smolensk, apparivano vulnerabili; a Sud si apriva il vuoto di fronte alle colonne corazzate tedesche. Con la presa di Kharkov il 24 ottobre, l’Ucraina era completamente conquistata, la Crimea era invasa e i tedeschi si spingevano in direzione di Rostov, porta del Caucaso, che sarebbe caduta temporaneamente il 20 novembre.

Il 2 ottobre, dopo aver provveduto a rafforzare il raggruppamento centrale portandolo a un milione di uomini e 1.700 carri armati, Hitler scatenava l’Operazione Tifone, una potente offensiva destinata a conquistare Mosca, distruggere le truppe sovietiche a difesa della capitale e concludere vittoriosamente la guerra a Est prima dell’arrivo dell’inverno. Nonostante le gravi perdite già subite, il führer e gli alti comandi tedeschi mantenevano la piena fiducia di vincere questa ultima grande battaglia contro le forze sovietiche, che avevano subito perdite enormi in termini di uomini e materiali.

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