Grande Guerra. Il peso del “fattore Italia”

Gian Enrico Rusconi, La Stampa, 20 maggio 2014

Per la storiografia internazionale, un fenomeno marginale. Ma è un errore: senza la nostra partecipazione, l’esito sarebbe stato diverso

La “catastrofe originaria del ventesimo secolo” rimane la definizione più efficace della Prima guerra mondiale. Eppure quando è scoppiata, nessuno immaginava “la Grande Guerra” quale quale sarebbe stata vissuta, trasmessa e depositata nella memoria storica – associata soprattutto alle scene traumatiche delle trincee.

Era stata pensata, preparata  affrontata come un’altra guerra. Quella che sarebbe finita a metà settembre del 1914 sulla Marna, la battaglia decisiva che non ha deciso, ma ha cambiato la natura della guerra.

È importante distinguere il 1914 dagli anni successivi. Tra il luglio e il settembre di quel anno infatti non matura soltanto la decisione condivisa di guerra, ma si fanno le mosse strategico-militari che avrebbero condizionato lo sviluppo successivo del conflitto .

Tutto si mette in moto con l’assassinio dell’arciduca austriaco a Sarajevo (il 28 giugno), cui segue una crisi politico-diplomatica che dura l’intero mese di luglio, fatta di intese segrete (tra Vienna e Berlino), di frenetiche comunicazioni ufficiali, fraintendimenti, bluff e minacce di un conflitto che nessuno dice di volere. La Gran Bretagna, in particolare, ha di mira una soluzione negoziata, come era già accaduto nelle crisi precedenti.

Questa volta però pesano i piani strategico-militari predisposti in dettaglio dalle maggiori potenze europee, Germania e Francia, per ogni evenienza.. Mai nessuna guerra era stata elaborata con tanta accurata programmazione operativa, logistica, tecnologica.

Eppure quella che inizia ai primi di agosto non è affatto una guerra inevitabile, predeterminata, necessaria. È un conflitto avventatamente ma intenzionalmente rischiato da parte di tutti i governi, anche se con modalità diverse. I decisori coinvolti non agiscono come “sonnambuli” ( come si ama ripetere oggi) ma sono cattivi giocatori consapevoli. Lo è chi impone il proprio gioco (le Potenze centrali) e chi vi replica ( Russia e Francia). Anche l’Italia ha un ruolo importante – proprio con la scelta della neutralità – importante più di quanto non ammetta la storiografia internazionale che volentieri si limita a ironizzare maliziosamente sulle sue incertezze di schieramento.

Per poter giudicare le mosse dei governi, la loro responsabilità graduata, per cosi dire, è indispensabile capire “quale guerra“ hanno in testa l’Austria, la Germania, la Russia, che aprono le ostilità . Gli iniziatori del conflitto sono disposti alla escalation di una guerra locale (Austria contro Serbia), che diventa euro-continentale (la Germania sostiene l’Austria mentre la Russia sta con la Serbia) e poi generale-mondiale (con l’intervento della Francia a fianco della alleata Russia e quindi con la discesa in campo all’ultimo momento della Gran Breatagna). Non è la trappola delle alleanze che scatta al di là delle intenzioni, ma è un sistema di complicità consapevolmente calcolato.

In questa contesto la Germania ha un ruolo militarmente determinante, dal momento che mette in atto immediatamente il suo piano offensivo ( l’attacco a occidente), muovendo oltre un milione di uomini e invadendo senz’altro il Belgio neutrale. È “la guerra tedesca”, non solo perchè condiziona le azioni belliche sul campo dei primi mesi, ma perchè come tale è vissuta dal popolo tedesco, incoraggiato dalla totalità dei “professori” e degli intellettuali. Quello che gli avversari considerano “l’assalto al potere mondiale” da parte della Germania., per i tedeschi è la rottura dell’accerchiamento di cui si sentono vittime. Di fatto si tratta della risistemazione degli equilibri di potenza in Europa e quindi indirettamente nel mondo. Ma l’investimento emotivo e culturale ( per cui i tedeschi parlano esplicitamemme di Kulturkrieg ) ne fa subito uno “ scontro di civiltà” intra-occidentale che avrebbe cambiato la storia mondiale.

Oggi nella storiografia c’è la rincorsa a parlare di “ guerra assurda“ o dell’ ”evento più complesso dell’epoca contemporanea” in cui è difficile raccapezzarsi, usando volentieri i toni foschi dell’irrazionale. In realtà è molto più istruttivo ripercorrere freddamente i processi e la catena dei passaggi cruciali che hanno portato le classi politiche europee, e segnatamente quella tedesca, a provocare un conflitto vissuto come inevitabile, che oggi invece ci appare evitabile o “improbabile” . È possibile dimostrarlo controfattualmente. Non si tratta di puntare il dito sui “colpevoli” ma tentare un’operazione concettualmente più impegnativa e più istruttiva che prende sul serio “ le razionalità “ di tutti gli attori coinvolti e le opportunità da essi considerate e scartate. Presto si scopre che la categoria dominante è quella del rischio, imposto e accettato. È la logica del rischio che rende probabile ciò che è soltanto possibile e rende effettivo ciò che è semplicemente virtuale.

Come giudicare l ’Italia del 1914, formalmente alleata con Austria e Germania nella Triplice Alleanza? La decisione del governo di proclamare la propria neutralità è legittima, perché l’alleanza stretta da decenni con la Potenze centrali era e doveva rimanere per sua natura di carattere difensivo. Per di più nel corso dei contatti e delle comunicazioni della crisi di luglio Roma era stata intenzionalmente e malevolmente tenuta all’oscuro sia da Vienna che da Berlino. Come si può pretendere che l’alleato italiano onori i suoi impegni di intervento, se è stato messo davanti al fatto compiuto di una guerra generale, senza consultazione? Certo, gli accordi militari italiani presi con la Germania (segreti, ma approvati dal governo) erano molto impegnativi. Infatti nel caso di un conflitto continentale, l’Italia doveva mandare una armata sul Reno a fianco dei tedeschi. L’impegno non era rimasto teorico : lo stato maggiore italiano aveva pronti piani dettagliati di questo trasferimento. Davanti alle prime mobilitazioni degli eserciti europei, il generale Cadorna mette in movimento unità italiane secondo i piani – in previsione dello scontro con la Francia ! Ne informa doverosamente il re. Riceve una risposta genericamente positiva. Ma poi, inatteso, arriva da Roma un nuovo comando di restare fermi . È una storia che ha dell’incredibile.

Stiamo ai fatti. L’assenza dell’Italia nei primi mesi del conflitto ha oggettivamente un peso molto rilevante sull’andamento della guerra. È un peso che viene riconosciuto (sia pure con qualche reticenza) dalla storiografia militare. La storiografia ufficiale internazionale invece continua a trattare l’Italia come un fenomeno marginale. È un errore storico. Se l’Italia avesse “lealmente fiancheggiato” Germania e Austria, avrebbe loro consentito di affrontare con enorme vantaggio lo scontro iniziale. Forse addirittura vincerlo. Qualcosa di analogo può dirsi a fronte del successivo intervento del 1915… “ Senza l’entrata in guerra dell’Italia, sarebbe stato pensabile un pareggio europeo” – scrive un apprezzato storico tedesco. È una considerazione (controfattuale) che conferma come “il fattore Italia” sia stato tutt’altro che scarsamente rilevante nell’andamento iniziale e poi nell’esito finale della Grande Guerra.

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